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Jacopo Godani, un nuovo inizio - di Angela Testa

Critica Spettacoli
Quando
non specificata
Angela Testa



 

Era il 2014 e nel numero di dicembre DanzaSì pubblicava l’articolo “Jacopo Godani, un self made man italiano alla guida della Forsythe Company”. Avevamo avuto la notizia che un italiano nel 2015 sarebbe diventato il direttore artistico di una compagnia così importante in Europa, quella che era stata la roccaforte di William Forsythe, e avevamo pensato che fosse doveroso dedicare a questo esponente del mondo coreutico italiano il giusto risalto. Così decisi di chiedere un’intervista e credo sia stata l’unica che gli sia stata dedicata allora. La compagnia fu rifondata con il nome di Dresden Frankfurt Dance Company ed ha vissuto otto anni incredibili di lavoro, impegno costante e tanti meritati successi in tutta Europa; solo poche volte è stata invitata in Italia: uno dei soliti delitti di non riconoscenza che il nostro paese compie spesso nei confronti di chi all’estero si distingue e porta alto l’italico vessillo con la sua professione.

Oggi, giugno 2023, Jacopo Godani decide di lasciare il suo incarico, perché ogni cosa ha il suo tempo, il suo inizio e la sua fine, che diventa un nuovo inizio con la possente eredità ricevuta in dono dall’esperienza vissuta. Non a caso il titolo della sua ultima creazione in compagnia è ‘Symptoms of development’ - Sintomi di sviluppo, lo sviluppo di una storia, di una relazione tra esseri umani creatori e danzatori che hanno partecipato tutti insieme alla crescita della propria professionalità, ma anche e soprattutto della propria identità. E finalmente la stampa italiana gli dedica lo spazio doveroso e meritato.

DanzaSì, come fece allora, è oggi pronta a raccogliere le parole di commiato di Jacopo Godani.




(
Premonition of a larger plan di Jacopo Godani, Dresden Frankfurt Dance Company, Amanda Lana e Hannelore van der Elst (chitarra), ph. Dominik Mentzos)

 

Mi dicesti che il regalo più grande che William Forsythe ti aveva donato era stato “aprirti la testa e farti vedere che le possibilità nell’espressione coreutica sono infinite”. Come hai scelto, tra le infinite possibilità, l’idea per la tua creazione di saluto per la fine di questo percorso? Il titolo, ‘Symptoms of development’, già ci suggerisce l’idea di un prosieguo…

Ho scelto di portare uno sguardo sul mondo odierno, su quanto sia difficile essere acuti, mentalmente aperti e progressisti nel mondo così come si è strutturato. Il poter essere se stessi è diventato un continuo combattimento che le persone che hanno questa esigenza sono costrette a vivere. Per quanto mi riguarda, vorrei potermi confrontare con esseri umani con la mia stessa spinta e apertura mentale, per poter migliorare sempre di più, ma l’impostazione contemporanea della nostra esistenza tende come un elastico a ritrarci indietro. Così ho deciso di affrontare questo aspetto della nostra vita con uno sguardo satirico sulla superficialità e la semplificazione imperante nella cultura sociale odierna. Ho messo a contrasto momenti di danza pura con il mettere alla berlina gli estemporanei reel di ballo postati su social media come Tik Tok o Istagram. Che poi, alla fine, sembra sia questo che la massa vuole... Il tema è, quindi: E’ questo che volete? E questo sia! Ironicamente parlando. E’ l’artista che si esprime, il quale dopo tutta la ricerca metodologica partita negli anni ’70 e sviluppatasi con esponenti di altissimo livello, dopo aver faticato per creare ed esprimere qualcosa di vero e profondo, si ribella alla moda imperante, alla mancanza di sensibilità nei confronti dei progressi dell’arte e alla carenza di menti predisposte alla comprensione dei risultati raggiunti e si sfoga in modo irridente e beffardo. In questi anni, il lavoro che abbiamo realizzato è stato quello di investigare sullo spazio, accelerare i ritmi al massimo, far esplodere il movimento come in un universo di fisica quantistica e ricostruire attraverso l’entropia l’inimmaginabile, creare strutture architettoniche superveloci per investigare i livelli di tridimensionalità nello spazio e, alla fine, a chi interessa tutto questo? A nessuno. Ai giovani artisti sembra manchino punti di riferimento da studiare e approfondire. Non perché non ci siano. Forse perché oggi non si interiorizza, si consuma velocemente e si getta via.

 

E’ lo stesso lavoro con cui si concluderà la tua direzione artistica il 20 maggio al Teatro India di Roma presso il Festival Fuori Programma diretto da Valentina Marini?

A Roma porterò un estratto da ‘Symptoms of development’, solo le parti danzate dello spettacolo, che è composto anche da parti di interpretazione teatrale. La tipologia di spazio all’aperto molto neutro, senza le scenografie, mi sembra più adatta alla danza tout court.

 

Quali sono i ‘sintomi del tuo sviluppo’? E in che direzione andranno?

La direzione continua ad essere sempre quella della ricerca, sia che si esprima con un’altra compagnia sia che si focalizzi sullo studio del mio linguaggio fisico nel campo delle scienze psicomotorie, perché si possa utilizzare in vari ambiti, dall’agonistica al recupero psicofisico e via dicendo. Il mio campo rimane sempre il progresso sia nella danza che in ambito sociale e civile. Il mio impegno artistico sarà sempre cercare di restituire alle persone e in particolare ai giovani quello che l’arte ha donato a me quando ero un ragazzo, un’ispirazione, una marcia in più e una visione del mondo che faccia sperare.

 

Quale emozione, tu ed i tuoi danzatori, porterete con voi alla fine di questa esperienza?

Nel film Watchman, il protagonista dice più o meno così: “Parto da questo mondo per un altro un po’ meno complicato”.

 

In fin dei conti, in questi anni, formandoli con il tuo linguaggio, c’è un gene che hai trasmesso e che in loro andrà avanti…

Per quelli di loro che andranno avanti nella danza! Ho cercato di fargli capire, forse in modo anche un po’ irruento, che il talento è dentro e tutto quello che impedisce l’uscita del talento è un costrutto che gli è stato imposto da altri. Così li ho spinti a cantare, a recitare, a ballare questi siparietti da quattro soldi… li ho indotti a superare le resistenze individuali, perché se si è indulgenti, l’essere umano tende a mollare, ad abbandonarsi e a rinunciare.  L’unica cosa alla quale non li ho obbligati è spogliarsi, che è stata una cosa scelta da loro, perfettamente consequenziale al percorso di preparazione fatto. La conclusione di questo intenso lavoro è stato questo pezzo che li ha costretti a vivere in prima persona, in maniera esponenziale, dei processi espressivi, che ha permesso loro di raggiungere risultati nel tempo di uno schiocco di dita; risultati che, in altre situazioni, per altri danzatori in altre compagnie, si ottengono solo dopo alcuni anni di preparazione. Tutto dipende da una decisione personale: l’impossibilità di fare risiede nella propria testa. Così questo lavoro ha rappresentato il passo conclusivo del nostro lavoro insieme: trovare la libertà di muoversi, urlare, prendersi in giro, fare cose che normalmente ti mettono a disagio, essere nudi con se stessi e con gli altri. Dirò di più, il momento decisivo per la propria consapevolezza sarà l’anno che passerà da questo momento in poi: saranno la separazione e l’incontro con il mondo reale a permettere di valutare cosa hanno vissuto per otto anni. Sarà quella la prova finale per capire l’esperienza vissuta e cosa li aspetta lì fuori. Un futuro che saranno loro a plasmare.

Perché, in fondo, la bellezza generata dall’Artista ci da la certezza che un mondo migliore è possibile! Grazie Jacopo Godani!





(Antologia, Ritratto d’Artista di Jacopo Godani, Dresden Frankfurt Dance Company, ph. Dominik Mentzos)

*La foto di Jacopo Godani è di Giordano Benacci

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