Dare visibilità a coreografi emergenti provenienti dai diversi stati europei. Questa la mission di Aerowaves il network nato nel 1996 al The Place di Londra grazie alla lungimiranza dell’allora Direttore John Ashford. A 28 anni di distanza la mission è sempre quella: mostrare il lavoro di giovani coreografi e la loro visione della danza contemporanea, questa sì profondamente diversa da quella del passato, così come diversa è l’Europa di oggi da quella di ieri.
Aerowaves è oggi una delle maggiori, se non la maggiore, rete europea con 46 partners in 34 paesi. Ogni anno il network seleziona 20 dei più promettenti coreografi in Europa offrendogli la vetrina dello Spring Forward Festival, giunto quest’anno alla 14° edizione, una piattaforma dove il loro lavoro viene mostrato ai professionisti delle arti performative e al pubblico locale. Un appuntamento itinerante che quest’anno è arrivato, dal 23 al 26 aprile, a Gorizia organizzato da a.ArtistiAssociati, inserito nella programmazione ufficiale di Nova Gorica – Gorizia, Capitale Europea della Cultura 2025. Un’edizione che ha eccezionalmente presentato 21 coreografie provenienti da 17 Paesi e che si è aperta con il lavoro di due coreografi internazionali, Kenta Kojiri (Giappone) per alcuni studenti di PEPA - Place of European Performing Arts ed Elie-Anne Ross (Québec/Canada), interpretato dagli studenti di Agorà - MM Contemporary Dance Company e chiusa dal lavoro di Silvia Gribaudi e Andrea Rampazzo, "Amaterski tihotapci / Contrabbandieri dilettanti", creato e interpretato dalla compagnia di danza En-Knap.
Un appuntamento imperdibile tanto per gli operatori quanto per i giovani talenti per i quali la piattaforma può rappresentare l’inizio di una brillante carriera. Tante aspettative quindi, da una parte e dall’altra. Anche io sono giunta all’appuntamento di Gorizia con grandi speranze ma mi sono presto resa conto che la mia idea di danza è un’altra. Quello che ho visto, tranne poche eccezioni, non è danza ma performing arts. È quindi questa la strada che sta prendendo la danza contemporanea in Europa?.
Espongo le mie perplessità a Roberto Casarotto co-direttore di Aerowaves, con Elisabetta Bisaro, dal settembre 2022 e ne approfitto per conoscere un po’ meglio le dinamiche del network e del festival.

Qual è la vostra mission e come ci si può candidare per partecipare alla piattaforma?
Ogni anno c’è una call pubblica per artisti emergenti, cioè non ancora noti a livello internazionale, della danza contemporanea basati in Europa. Possono aver già creato più di un lavoro nel loro paese d’origine ma non aver girato molto o essere agli esordi nella costruzione coreografica. La nostra mission è lavorare con questa tipologia di artisti: gli emergenti, senza limiti anagrafici.
Come avviene la selezione?
Ogni anno riceviamo tra le 700 e le 800 application. I video di ciascun paese vengono visionati integralmente da almeno 3 persone: il partner nazionale, uno dei due co-direttori e un partner scelto random. La selezione avviene in 5 giorni di lavoro nei quali tutto il network si ritrova in sessioni in cui si lavora a piccoli gruppi e altre collettive. Si guardano degli estratti e le persone che hanno visto il video integralmente raccontano e contestualizzano. Un sistema di voto permette di scremare fino ad analizzare collettivamente un'ottantina di lavori. Dopo il quinto giorno i partner tornano a casa e hanno 2 settimane per riguardare integralmente questi 80 lavori e stilare la loro lista di preferenze (una per ciascun paese).
C’è una precisa scelta artistica alla base della selezione?
Non c’è un filone che seguiamo o una visione artistica ma abbiamo dei criteri indicati chiaramente nel bando. Noi intendiamo come coreografia l’organizzazione di corpi, in senso lato, nello spazio con un ritmo e un tempo. Non ci preoccupiamo di seguire delle forme, delle estetiche, dei linguaggi ma cerchiamo di intercettare quei lavori che in qualche modo parlano del tempo presente, che esprimono il cambiamento della società europea in termini demografici, culturali o etnici. Una scelta frutto del lavoro collettivo di 46 membri che vengono da territori dove il concetto di danza è molto vario e dove gli artisti arrivano da formazioni molto diverse. Insomma con riferimenti culturali e sistemici peculiari.
In alcune parti d’Europa ci sono Accademie che lavorano su un certo tipo di linguaggio fisico, mentre in altre c’è un approccio più tradizionale, più legato a delle tecniche. In questo sistema, a volte, la conoscenza di un danzatore emerge in maniera non formale. Non dimentichiamo poi che la danza contemporanea in alcuni paesi ha una lunga tradizione, in altri è arrivata pochi decenni fa e non ha ancora dei percorsi definiti.
Questo porterà inevitabilmente a ricevere più application da un Paese rispetto ad un altro. Tendete a selezionare sempre almeno un lavoro per stato?
Può accadere che ne vengano scelti di più ma abbiamo fatto in modo che vi sia un equilibrio tra i partner: non ne abbiamo più di due in ogni paese e a ciascun Stato è attribuito un voto e invia una sola lista di preferenze. Quindi i partner francesi, che sono due, votano insieme e inviano le loro dieci preferenze. Il loro voto ha lo stesso valore di quello della collega lettone che è da sola.
È successo in passato che dato che i lavori che arrivano dalla Francia sono più numerosi di quelli che riceviamo dalla Lettonia, ci fossero 3-4 pezzi primo e nessuno dal secondo.
Un argomento di cui discutiamo molto è come portare le voci di artisti che non sono nati in Europa e non hanno magari una costruzione narrativa o drammaturgica europea.
Nonostante queste grandi differenze tra Stati ho notato molti tratti comuni.
Personalmente ho trovato Touring Regionally, il pezzo norvegese, molto distintivo sia per il tema, sia per il movimento fisico, sia per la costruzione musicale ma soprattutto per l'illuminotecnica che può arrivare solo da un paese del Nord. Da un punto di vista fisico hanno scelto un loro vocabolario, in cui hanno chiaramente lavorato su una struttura accumulativa, sul movimento perpetuo che si evolve restando fedele al messaggio che volevano trasmettere, cioè la relazione tra due corpi femminili, la seduzione di due corpi femminili, all'interno di un'atmosfera molto “clubbeggiante”. Coreograficamente penso sia un pezzo molto ricco perché nella scelta limitata di codici inseriti, sono state fisicamente estreme. La drammaturgia del corpo era coerente. Poi che il pezzo funzioni o no è un’altra questione. Anche perché la fisicità delle interpreti, quasi due “vichinghe guerriere”, e il modo in cui hanno imposto la loro sensualità è agli quasi agli antipodi dell’immaginario di un italiano o un greco.
Eppure l’uso delle musiche, di questi “tappeti musicali” è presente ovunque così come il ricorso alla parola
Il discorso delle musiche è molto centrato. L’ho considerato anch’io perchè più della metà dei lavori di quest’anno presentavano questo sistema sonoro. C'è una cupezza generale forse perchè questi lavori arrivano da Covid, aumento del costo della vita, guerre alle porte d'Europa. La speranza di queste generazioni nel futuro sono incerte…Non è sicuramente un caso.
Per quanto concerne l’uso della parola sono già un paio di anni che c'è questo trend. Infatti questo tratto che hai definito performativo si sta radicando non solo con l’uso della parola ma anche attraverso collaborazioni con musicisti, cantanti e con il mondo della moda. Lo scorso anno in molti casi i costumi erano contenuti, non decoro. Servivano ad aprire immaginari che senza non sarebbero esistiti.
Ho trovato la quasi totalità dei pezzi presentati molto performativi e poco “ballati”. E la tecnica?
La tecnica c'è, anche quella accademica. Solène Weinachter l’artista francese ha una fortissima tecnica classica ma non le serve mostrarla perché in After All non è strumentale alla condivisione del tema scelto, cioè la morte, ma traspare comunque. Il modo in cui l’artista spagnola Janet Novàs cade e si rialza con il suo corpo possente per me è eloquente del fatto che ha un training pazzesco. Nel pezzo francese Gush is great gli artisti hanno costruito una slow motion e una composizione con oggetti che dimostra la loro consapevolezza di come muovere e costruire un percorso coreografico con i loro corpi. Il messaggio che vogliono trasmettere, ciò che vogliono condividere nel loro sistema di costruzione artistica cerca un linguaggio che sia strumentale a quell'idea e che eviti il superfluo.
È vero, il tema è predominante, ma forse è ciò che interessa di più questa generazione.
Quindi la giovane danza contemporanea europea è questa?
C’è tanto altro. Quest'anno c'era un pezzo olandese in puro stile NDT. La danzatrice ha da poco lasciato il Netherland Dance Theatre 1 e anche il coreografo Paxton Ricketts proviene da lì. In passato abbiamo avuto anche dei lavori letteralmente neoclassici: se c'è un motivo perché servono le pirouettes o un certo tipo di tecnica, siamo ben felici di accoglierli. In generale ci concentriamo molto sul capire cosa quell'artista vuole dire, come usa il corpo, gli oggetti e le scelte che fa per condividere un'idea.
Credi che il gusto di voi operatori di settore coincida con quello del pubblico?
Dipende, perché penso che ci sia una vastità di pubblici in Europa. Ognuno dei nostri partner lavora con il suo pubblico e sa cosa è più adatto presentare. Ciascuno fa le sue scelte in base a idee e criteri diversi. Credo che l'arte di programmare sia un aspetto e una pratica creativa, dove il modo in cui tu costruisci un programma di danza rispecchia il modo in cui costruiresti una coreografia. Mettere un pezzo prima di un altro può ucciderlo o valorizzarlo.
Credo che la problematica principale nel presentare una piattaforma europea sia che l’Europa è un unico creato sulla carta della quale fanno parte paesi che hanno diversa lingua, usi, costumi, background culturali. Un italiano non ha quasi nulla a che vedere con un norvegese o un greco con un polacco.
Quella che descrivi è esattamente l'Europa in cui stiamo lavorando. Un' Europa che è stata unificata per motivi economici ma non ha ancora trovato un'identità o meglio un sistema di dialogo interculturale.
Durante le selezioni il backgroud arcaico di cui parli emerge chiaramente. Ad esempio quando parlo con la mia collega di Atene ci sono dei collegamenti quasi linguistici che facilitano la comprensione. Quando guardiamo i lavori alcuni li capiamo più facilmente perché abbiamo accesso a degli elementi comuni che altri non vedono, non leggono.
In effetti alcuni lavori sono risultati particolarmente difficili da capire e da comprendere. In alcuni casi non ho proprio capito il messaggio e leggere le sinossi non ha aiutato…anzi
Le sinossi sono la follia! C’è anche da dire che nei diversi paesi europei ci sono codici sociali molto diversi: quello che è umorismo in Svezia a noi non fa ridere.
Per questo siamo consapevoli che ogni anno massimo cinque lavori avranno un'esplosione internazionale.
La stragrande maggioranza dei lavori presentati sono soli e duo. C’è una ragione?
Facciamo una mappa mondiale di cosa hanno gli artisti emergenti in questo momento: non hanno soldi per pagare gli altri; Molti escono dalle accademie, non trovano impiego come danzatori e mandano l'application del loro primo lavoro. Arrivano cose molto discutibili ma il nostro è un target di gente spesso alla ricerca di capire come una loro urgenza, che magari è geniale e fondamentale, possa essere condivisa. Per questo, ripeto, a parte quattro o cinque gli altri lavori non avranno un futuro, Inoltre ci sono tantissimi coreografi rispetto al passato, direi troppi, e non ci sono risorse per tutti, dobbiamo essere realistici.
Però i coreografi sono molto autoreferenziali non sempre c’è un percorso.
Oppure se hai un percorso sei uno di trenta che vengono tutti qualificati alla fine del corso di laurea. Il problema, rispetto a Pina Bausch, è che lei ha avuto una traiettoria, ha potuto praticare la coreografia e fare degli step per arrivare dove è arrivata. Quando i danzatori scappavano, i teatri chiudevano le porte, il suo manager era là al suo fianco a dirle di andare avanti.
Oggi sono troppi, non ci sono risorse per tutti, dobbiamo essere realistici. Chi ha qualcosa da dire ed è in grado di farlo in maniera chiara e condivisibile universalmente, è ancora più raro.
Alla fine di questa chiacchierata ho rivisto, almeno parzialmente, le mie posizioni e soprattutto ho capito che la produzione sta cambiando perché il contesto sta cambiando. Questi giovani artisti vivono un’epoca di incertezza e il futuro non si prospetta migliore. Il loro animo è appesantito da questa consapevolezza ed esprimere questo disagio o affrontare le grandi problematiche del pianeta è prioritario. Contenuto più che forma mi verrebbe da dire. Ma la danza che amo rimane un’altra, quella che forse ha più forma e meno contenuti. Perché i tempi cambiano ma non è detto che dobbiamo cambiare necessariamente anche noi…non su tutto.
Vorrei chiudere con una breve storia triste. Tornando a casa in aereo noto che il mio vicino era uno degli artisti che avevo visto un paio di giorni prima. Chiacchieriamo di varie cose ovviamente anche di danza e gli dico: “In Italia abbiamo varie compagnie di contemporaneo ma non così estreme ad esempio Aterballetto. Li conosci?” risposta “Certo! … ma quello non è contemporaneo è neoclassico!”. Fine della breve storia triste.
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Luana Luciani