Login   |   Registrati
Indietro

La recensione di Monica Ratti per lo spettacolo di Omar Rajeh

Critica Spettacoli
Quando
non specificata
Monica Ratti



Un cazzotto nello stomaco e una luce che si accende, un abbraccio che ci ha avvolti, il seme della speranza della condivisione in quel semplice gesto di donare una piantina agli spettatori al termine della performance. La pianta simbolo di crescita, nascita, rinascita, fratellanza. Differenti emozioni hanno permeato il pubblico che venerdì scorso  ha assistito allo spettacolo di  Omar Rajeh che si è esibito in prima nazionale al Teatro Palladium di Roma aprendo la programmazione di Vertigine , la stagione danza dal Centro Nazionale di Produzione della Danza Orbita / Spellbound curata dalla co-direttrice Valentina Marini, programmatrice audace, sempre con un occhio attento all’innovazione e alla qualità artistica.



In un periodo così difficile per l’umanità, dove le guerre sembrano inarrestabili, un manifesto politico di denuncia dove il gesto, o meglio il corpo, ci conduce attraverso la storia di un popolo che ha subito una guerra civile.

Il racconto di un’impressionante storia di abusi e di potere, ma narrato con l’intenzione di combattere tutto ciò con mente e cuore aperti, come dichiara Rajeh, perché la paura e l’insicurezza potrebbero diventare pericolosi.

Dance is not for us, questo il titolo dello spettacolo.

La danza non è per noi, gli ripeteva sua nonna quando era bambino, preoccupata per la sua scelta. Un paese arabo, il Libano, dove tutto è complicato, proviamo a immaginare un ragazzo che vuole fare della danza il suo mestiere.

Per Omar invece, è stato il modo per portare il suo contributo politico, sociale, nel proprio paese e nel mondo. Ma al di là dei profondi e importanti contenuti dello spettacolo, e della meravigliosa drammaturgia, ciò che mi ha rapita è stata la sua preponderante presenza scenica e il suo gesto coreografico, inusuale, potente, originale, dove l’eco delle danze di tradizione si contrappone a una dinamica coreografica assolutamente innovativa.

Sul palcoscenico ho visto un uomo imponente, cinquantenne, vestito con pantalone verde e maglietta nera, avevo come la percezione di assistere a una lezione universitaria: il professore che scrive al computer e le scritte appaiono sul fondale, un’attesa scandita da frasi, spostamenti lenti ma che nel mentre ti conducono all’interno del contesto, non comprendi subito dove verremo catapultati, ma improvvisamente questa massa umana inizia ad animare una gestualità minimale che man mano  aumenta di intensità. La musica ripetitiva incalzante, un tappeto sempre uguale per nulla noioso. Il ritmo e il silenzio sono la colonna sonora della performance, dove anche il silenzio è musicalità grazie alla gestualità dell’artista.  Ad un certo punto una mano diviene l’elemento catalizzante della coreografia, la semplice rotazione del polso e poi il frenetico ampliarsi del gesto emana luce, un effetto quasi stroboscopico che ti ipnotizza. La sua danza indaga ogni minima parte del corpo segmentandolo, aumentando la velocità del movimento per poi arrestarlo e concentrarsi su movimenti quasi minimali, ripercorrendo antiche danze rotanti e tradizionali. Omar Rajeh non si risparmia, dona il suo corpo, la sua espressività per scuoterti, per trasmetterti forza come a volerti urlare: non arrenderti. La Danza quale denuncia e riscatto.

Neanche un minuto di noia, la drammaturgia è raffinata, colta, la coreografia graffiante.

Poetico il finale, che ti commuove ma ti lascia leggero, perché nel dono, nel fermarci e soffermarci a condividere, (in questo caso l’artista consegna al pubblico delle piantine di basilico, che il pubblico stesso distribuisce) possiamo guardare all’altro con un sorriso, abbandonando almeno per qualche istante l’egoismo, l’indifferenza, la diffidenza.

Pensando a Omar Rajeh, lo identifico come “il filosofo danzante”, il suo continuo rapportarsi con il pubblico ponendo quesiti, proponendo riflessioni mi riconduce all’approccio di Socrate: il dialogo.

Non a caso Socrate sosteneva che, il segreto del cambiamento, è concentrare tutta la tua energia non nel combattere il vecchio, ma nel costruire il nuovo, come Omar Rajeh che con il suo manifesto di denuncia e riscatto, invita a un dialogo per un futuro migliore.

 

 

ph Giuseppe Follacchio/photo courtesy Orbita |Spellbound Centro Nazionale di Produzione della Danza
 


DANCE IS NOT FOR US

Concept, scenografie e coreografie Omar Rajeh

Assistente coreografo e Co-writer Mia Habis

Drammaturgia Peggy Olislaegers

Musiche Joss Turnbull & Charbel Haber

Light design e Direzione tecnica Christian Francois

 

Altre critiche incrociate:

La permanenza estemporanea di un'arte senza tempo

La permanenza estemporanea di un'arte senza tempo

La danza visionaria e 'ancorata' di The Red Shoes

La danza visionaria e 'ancorata' di The Red Shoes

In Ascoltami l'altra danza di Virgilio Sieni

In Ascoltami l'altra danza di Virgilio Sieni

Dots - La nuova creazione di Ricky Bonavita

Dots - La nuova creazione di Ricky Bonavita