L’apertura della stagione di ballo del Teatro alla Scala del 18 dicembre, dedicata a Giorgio Armani, ha riportato in scena la Bella addormentata nel Bosco di Rudolf Nureyev: un organismo teatrale sontuoso e rigoroso, in cui la musica – la partitura di Čajkovskij, eseguita con intensità dall’Orchestra del Teatro alla Scala sotto la direzione di Kevin Rhodes – tocca corde interiori difficili da tradurre in linguaggio coreografico, mentre i costumi e le scene grandiose di Franca Squarciapino restaurano la dimensione imperiale e simbolica della fiaba.
Nureyev, fedele alla tradizione e al tempo stesso deciso a sottrarre il capolavoro ad una dimensione museale, costruisce una drammaturgia che non indulge nella superficie ma interroga la natura stessa del racconto: Aurora non è un’icona immobile, bensì un corpo in formazione; Désiré non è il semplice risolutore del conflitto, ma un giovane soffocato da convenzioni sociali che deve attraversare un proprio labirinto interiore prima di riconoscersi nell’incontro con l’amata.
In questo quadro, l’interpretazione di Nicoletta Manni emerge come un’Aurora di delicata finezza: nel primo atto fresca, gioiosa, espansa, con port de bras che abbracciano l’intera sala fino al loggione, e una tecnica impeccabile che le permette di vivere la scena con naturalezza. Come se l’ostico Adagio della Rosa fosse un terreno che la accoglie anziché metterla alla prova, con equilibri cristallini, salti luminosi e quella sicurezza che trasmette la libertà stessa dell’essere giovane. Nel secondo atto si fa lirica, sfumata, quasi sospesa, pur mantenendo una solidità impressionante nei giri in arabesque e attitude; nel terzo atto diventa regale senza irrigidirsi, luminosa e pienamente padrona del proprio destino scenico.
Accanto a lei, Timofej Andrijashenko tratteggia un Désiré di notevole densità: regale, elegante, gentile nel porsi “al servizio” della partner, ma mai oscurato. Protagonista di un profilo drammaturgico che in Nureyev acquista una profondità inusuale per il repertorio classico. Il suo lungo assolo del secondo atto – una vera montagna da scalare, costruita per mettere alla prova resistenza, musicalità e simmetria tecnica – lo vede agile e brillante nelle batterie e nei salti, più incerto nelle pirouettes, ma sempre eloquente nel rendere palpabile l’angoscia e il turbamento del personaggio; ed è proprio la sua capacità di abitare questa crisi che rende credibile l’incontro con Aurora. Il loro affiatamento è tangibile, e consente loro di “salvare” ogni istante e di restituire una qualità di ascolto reciproco rara.
Nel pas de deux dell’Uccellino Azzurro, Linda Giubelli e Darius Gramada offrono un episodio di leggerezza scintillante, con una Giubelli rapidissima e articolata nel lavoro dei piedi, capace di far vibrare il “canto” non solo nelle braccia ma in ogni dettaglio del corpo.
Le sette fate disegnano un prologo nitido, ciascuna con una caratterizzazione fedele alla simbologia originaria dei doni, mentre Francesca Podini offre a Carabosse un’intensità spietata, densa di energia, e Chiara Borgia, Fata dei Lillà, guida il racconto con chiarezza.
Il Corpo di Ballo, impegnato in una coreografia complessa non solo per la tecnica, ma per gli incastri talvolta insidiosi, mostra compattezza e disciplina, qualità indispensabili in un balletto che è, per tradizione scaligera, una dichiarazione di metodo.
In questa ripresa, infatti, emerge con forza la natura profonda della Bella di Nureyev, che non è mai un semplice racconto fiabesco, ma un’opera-sistema in cui ogni ruolo porta un peso narrativo, dove la crescita dei personaggi riflette quella dei danzatori, e in cui la bellezza nasce dal tempo lungo dell’apprendimento, dalla precisione del dettaglio e dalla capacità di coniugare introspezione e rispetto della tradizione. La storia di Aurora non è solo quella di un risveglio, ma quella di un’attesa e di un amore che matura nell’ombra; la storia di Désiré è quella di un giovane che deve prima smarrirsi per ritrovare se stesso.
In questa serata inaugurale, che sarà seguita da repliche fino al 13 gennaio, tutto ciò si compone in un affresco coerente, austero e incantato: non una fuga nel sogno, ma una meditazione sul tempo e sulla crescita, un invito a riconoscere che anche la quiescenza, come insegna la fiaba, può generare la forma più compiuta della bellezza.