Di primo acchito, inserire un titolo di danza contemporanea così pura all’interno di un cartellone dedicato interamente al dramma antico può sembrare quantomeno insolito. Eppure accade ad Ostia Antica, dove la rassegna Il senso del passato – curata dal Teatro di Roma – ha visto alternarsi sul palcoscenico titoli monumentali come Le baccanti, Lysistrata e Alcesti ad un balletto, Requiem(s) di Angelin Preljocaj.
Una scelta che si è rivelata perfettamente attinente al fulcro concettuale dell'intera manifestazione: le opere classiche in programma quest'estate, infatti, ruotano attorno a temi immutabili e universali dell’essere umano: il sacrificio, la pietà, la guerra, la pietà. Il lavoro di Preljocaj compie esattamente lo stesso percorso affrontando non il concetto di morte in se ma i sentimenti legati alla perdita e all’elaborazione del dolore, affrontando tutte quelle emozioni che si attraversano durante il lutto.
Il fatto poi che la fragilità della vita venga rappresentata in questo teatro romano di 2000 anni fa aggiunge potenza e suggestione ad un’opera già potente di suo.
Creato nel 2024, lo spettacolo si sta già affermando a tutti gli effetti come un vero e proprio classico contemporaneo. La coreografia affonda le sue radici in un nucleo autobiografico profondamente doloroso: la perdita, a breve distanza l'uno dall'altro, di entrambi i genitori del coreografo e di alcuni cari amici.
"Nel 2023 ho perduto mio padre, mia madre e alcuni amici molto cari. Ho sentito il bisogno profondo di esplorare tutta la combinazione di emozioni che ci attraversa quando siamo in lutto. Non si tratta solo di tristezza, rabbia o devastazione. C'è anche la memoria, la traccia vibrante della persona amata che continua a vivere dentro di noi. Quando partecipiamo a un funerale, ricordiamo, condividiamo pensieri, a volte persino ridiamo. Non volevo un'opera puramente tombale, ma una celebrazione della vita, il sentimento che la vita stessa sia un miracolo. Si tratta piuttosto di 'requiem coreografici', una processione di corpi che cerca di mettere in prospettiva il mosaico di sentimenti vissuti dopo una perdita."
Se la spinta iniziale è intima e personale la riflessione che scaturisce è di più vedute assai più ampie, capace di trasformare il vissuto individuale in un’esperienza universale
Sebbene il titolo "Requiem" non lasci spazio alla fantasia e chiarisca subito che il tema trattato non è certo allegro o giocoso, la creazione è lontana da qualsiasi rappresentazione retorica della disperazione o da quel senso di cupa pesantezza o pessimismo cosmico. Al contrario la vera forza dell'opera, ciò che va profondamente lodato, è l'assoluta assenza di tristezza fine a se stessa ma la trasformazione di quel dolore iniziale in un potente e costante inno alla vita attraverso celebrazione della memoria.
In questo contesto lo straordinario Teatro Romano di Ostia Antica apporta un quid in più di straordinaria suggestione: in un luogo dove la memoria permea letteralmente ogni singola pietra, lo spettacolo si trasforma nell'esaltazione stessa del ricordo, una preghiera laica e collettiva che unisce il passato millenario al presente. Un ricordo che non significa necessariamente nostalgia ma che vibra ancora nel presente.
Requiem’s è un capolavoro che ti rapisce da subito e dove tutti gli elementi in gioco concorrono a questo scopo. La narrazione non è lineare, ma si sviluppa attraverso una serie di quadri evocativi (che potremmo definire stazioni emotive) che richiamano idealmente le cinque fasi dell'elaborazione del lutto (negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione). Cinque fasi che non sono rigidamente divise perché nella realtà del lutto non si susseguono ordinatamente ma coesistono e si sovrappongono.
La scena si apre su uno spazio in penombra con tre grandi strutture metalliche a metà tra grandi uova e gabbie (forse il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti?) che contengono tre corpi o meglio tre anime. È l’intrappolamento dell’anima nel dolore, quel dolore che attanaglia gli uomini sotto di loro che non riescono ancora a staccarsi a lasciar andare il defunto. È il momento iniziale della perdita nel quale il dolore imprigiona il nostro cuore come queste gabbie.
All'inizio la danza si presenta con tratti fortemente fisici, quasi tribali. I diciannove interpreti liberano un'energia collettiva travolgente, che simboleggia l'impatto iniziale della perdita e la reazione disperata, quasi animale, del gruppo. I movimenti striscianti a terra si alternano a solenni marce e cadute collettive. È il dolore che ci crolla addosso, che ci toglie il respiro, è quella sensazione di essere imprigionati in un vuoto tanto inaccettabile quanto sconfinato, che ci paralizza e ci schiaccia. Un vero e proprio annientamento fisico, dove il dolore toglie letteralmente le forze.
Ma dal dolore ci si rialza e i danzatori lo fanno insieme, sostenendosi a vicenda in una marcia continua; è la forza della solidarietà umana: il dolore è universale, nessuno lo attraversa davvero da solo.
La danza si frammenta poi gruppi più piccoli: passi a due che raccontano un dolore più intimo e personale.
Corpi flaccidi, privi di vita, vengono cullati, sollevati o disperatamente trattenuti da chi resta, in pose che ricordano l’iconografia classica della Pietà. C'è un senso di infinita tenerezza, ma anche la cruda accettazione che quel corpo non risponde più, costringendo chi rimane a lasciar andare la presa.
Ma di fronte alla morte non c'è solo rassegnazione; c'è anche un sentimento violento ribellione viscerale contro la fine. È il rifiuto rabbioso, la ribellione contro l’ineluttabilità della fine e l’ingiustizia della perdita. La danza si fa qui frenetica, spezzata, quasi violenta. È l'esplosione che serve a scuotere il corpo dal torpore del dolore, un urlo coreografico necessario per liberarsi dalla pesantezza delle gabbie iniziali.
Ma il lutto non è solo individuale. Preljocaj ci parla anche di lutto storico e universale, dedicando un intero quadro alla tragedia della Shoah. I ballerini danzano mentre in sottofondo risuona la voce registrata del filosofo Gilles Deleuze che pronuncia una lezione sul testo di Primo Levi, ripetendo la drammatica domanda: "Come hanno potuto fare questo?", dando voce all'incomprensione e al dolore esistenziale di fronte alla crudeltà umana e alla perdita di massa.
Ma il dolore non dura per sempre, almeno non in quella forma. Anche la danza cambia forma; si fa più fluida, circolare. I danzatori si sostengono a vicenda. Il corpo dell'altro diventa il peso da sollevare o l'appoggio su cui piangere. È lo stadio della memoria attiva: la persona amata non c'è più, ma la sua energia continua a muoversi attraverso i corpi dei vivi.
Siamo all’accettazione della morte e alla rinascita. Il dolore non è scomparso (forse non scomparirà mai) ma la memoria non fa più male anzi diviene parte di noi, è un’energia che integra la nostra, che ci illumina, che non ci porta solo al pianto ma riesce anche a farci increspare le labbra in un sorriso. Diviene così fonte vitale come le due figure in rosso che ci ricordano lo scorrere del sangue nelle vene, simbolo assoluto di vita, gli unici sprazzi di colore in una scena che sinora è stata solo bianca e nera. I movimenti ritrovano armonia. È la celebrazione della vita. Il passaggio dall’annientamento alla consolazione.
Tutto in quest’opera concorre ad esaltare il contrasto emotivo del lutto soprattutto la scelta musicale eclettica e spiazzante.
Del resto il titolo al plurale, Requiem(s), riflette la precisa intenzione del coreografo di non legarsi a una singola opera sacra ma di voler valorizzare le sfumature e i tocchi unici che ogni compositore ha saputo infondere a questo tema universale. Il lavoro intreccia quindi celebri partiture di diversi grandi compositori, tra cui Mozart, Verdi e Ligeti a composizioni sacre di Bach e della tradizione medioevale fino alle incursioni metal dei System of a Down e ad estratti parlati del filosofo Gilles Deleuze. Il contrasto sonoro derivante da questa alternanza di musica metal, canti gregoriani e solenni brani di musica classica rappresenta ed esalta meravigliosamente, l’altalena di emozioni che la danza rappresenta visivamente.
Ogni cambio musicale e di atmosfera riorganizza completamente lo spazio scenico e i corpi, dando vita a immagini e dinamiche ricorrenti. Contrasti acustici violenti che tuttavia restituiscono con precisione chirurgica le diverse sfaccettature della memoria: la solennità, la nostalgia, la rabbia della perdita e l'energia della rinascita.
Anche la luce ha un ruolo fondamentale. Il ligh designer Éric Soyer ha creato un'atmosfera a tratti fumosa, immersa nella penombra e con forti chiaroscuri e con tagli di luce netti. I danzatori escono dal buio ed entrano in coni di luce, in una coesistenza necessaria tra la luce del ricordo e il buio della perdita.
Le luci disegnano uno spazio sacrale, quasi una cattedrale laica e contemporanea, arricchita dai contributi video di Nicolas Clauss.
I costumi, firmati da Eleonora Peronetti, essenziali e raffinatissimi giocano un ruolo simbolico cruciale. Gli iniziali abiti scuri, pesanti e strutturati che richiamano la solennità del funerale e il peso del dolore vengono man mano sostituiti da corpi più svestiti o abiti leggeri legati alla liberazione dell'anima e al ricordo che si fa memoria viva. Essenziale la scelta dei colori che puntano principalmente sulla purezza del bianco e del nero
A dare corpo a questa architettura spirituale è una compagnia di danzatori straordinari. Il Ballet Preljocaj si conferma un ensemble d'eccellenza, capace di una pulizia tecnica millimetrica e di un lavoro corale impressionante. I diciannove interpreti si muovono in una simbiosi perfetta, una fluidità d'insieme che esalta la fragilità e, insieme, la forza dirompente della vita che resiste alla fine.
Insomma una serata splendida e uno spettacolo di grande impatto emotivo capace di ricordare a tutti noi che abbiamo subito un grande lutto che il ricordo, all’inizio doloroso, rimane impresso dentro di noi per tutta la vita ed è quel ricordo la traccia che la persona amata lascerà dentro di noi per sempre. Un ricordo che diviene celebrazione della vita stessa.