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Scuole di Danza ... riflessioni di Monica Ratti

> Siamo tutte prime donne, uomini compresi.

Critica Spettacoli
Quando
non specificata
Genere
Varie
Monica Ratti



Scuole di Danza ... riflessioni 
di Monica Ratti

Siamo tutte prime donne, uomini compresi. 
Siamo divisi, frammentati. 
Ci siamo cordialmente antipatici. Vogliamo sempre mettere una bandierina per primi ed essere riconosciuti quali protagonisti e paladini di una battaglia.
Ovviamente il tutto nell’unico e solo principio del bene comune. Ci immoliamo gratis, solo per il successo della categoria. 
Ma quale categoria?
Parlo anche di me, che, come operatrice culturale non sono immune da manie di protagonismo. E’ insito nel nostro lavoro voler stare sotto i riflettori.
Spesso l’ambizione di apparire, voler dimostrare di essere “un leader carismatico”ci rende invisi agli amici, ai colleghi. Pur portando avanti giuste battaglie sociali e sindacali, sarebbe necessario  avere sempre un atteggiamento di consapevole umiltà .
Appurata questa nostra incapacità aggregativa e desiderio di emergere, spesso, per i motivi sopra citati, abbiamo  la necessità di dare visibilità a un comparto, quello delle “ Scuole di Danza “ che, per molti versi, ha preferito restare nell’ombra. Essere aiutati dallo sport poteva essere comodo, soprattutto ai fini fiscali , come  a molti fa comodo, nei suoi territori, portare avanti in maniera autonoma, relazioni con la politica. Ciascuno nelle sue aree è migliore dell’altro, ottenendo titoli e riconoscimenti in gare e concorsi, esibendo bollini di qualità superiore, con  allievi entrati in accademie o ambiti lavorativi diversi.  Tutto questo può anche continuare su questi binari  (duri a morire ), ma, a mio avviso, al di là dei nostri  personali interessi, dovremmo condurre una battaglia univoca, cercando tutti un dialogo che conduca verso “il bene comune” non su tanti punti, ma almeno due che a mio avviso sono primari su tutto.

1° punto: l’inquadramento giuridico fiscale delle associazioni culturali che comprendono le scuole di danza, musica, teatro, canto, arti figurative e quant’altro sia attinente al mondo artistico culturale. E’ indispensabile tenere presente che queste attività , essendo di aggregazione sociale e formative per lo sviluppo psicofisico e mentale dei nostri giovani, devono potersi avvalere di una pressione fiscale agevolata, sia per ciò che riguarda il volume d’affari, (stabilito in determinati parametri), sia per l’inquadramento professionale di chi vi lavora. In tal modo sparirebbe la definizione, “senza scopo di lucro” ( nessuno ci crede ovviamente )e lo Stato, da queste attività, potrebbe contare su un introito. E’ essenziale tenere presente che, se le ASD non si attenessero in maniera più che rigorosa alle direttive, una visita della guardia di finanza, potrebbe rivoltare le Associazioni come” pedalini “, con conseguenze molto gravi (come già capitato a tante realtà).

2° punto : necessario e fondamentale  è l’inquadramento professionale dell’insegnante di danza. Io faccio sempre questi esempi: un medico o un professore, per poter praticare la professione, deve aver seguito un percorso di studi, al termine  del quale riceve un ‘abilitazione. Purtroppo non sempre tutti i medici sono eccelsi, così come non tutti i professori hanno la capacità trasmettere “il loro sapere”, ma ciò non toglie che, per praticare, debbono avere i titoli.
Tutti gli insegnanti danno voce alla loro professionalità, con la presunzione che, solo loro e pochi altri, (in virtù di non si sa bene quali percorsi e meriti), siano più titolati rispetto ai colleghi. Non sta a me trovare la maniera di mettere fine a questo bailamme, ma sento l’esigenza che si debba giungere ad una soluzione in breve tempo. Forse tenendo conto degli studi effettuati in RAD, ISTD o presso istituzioni prestigiose riconosciute nel mondo, oltre all’Accademia Nazionale di Danza e al titolo per chiara fama. Teniamo presente che gli insegnanti di danza debbono riferirsi alle varie tecniche: classico, modern, contemporaneo, jazz, e, mi permetterei di includere, anche l’Hip Hop .
Un percorso intricato, ma necessario, che dovrà coinvolgere anche la conferenza Stato Regioni. 

Per ottenere attenzione da parte della politica su questi temi, i numeri sono fondamentali.
In questi giorni  ho compreso che, lasciare spazio alle numerose iniziative intraprese sia da associazioni nazionali, che territoriali, ma anche da singoli insegnanti che hanno coinvolto i colleghi, (anche in forma non proprio organizzata)  lasciando la possibilità ad ognuno di organizzarsi liberamente, ma sempre attraverso gruppi che dialogano tra loro sui territori -  ha dato i suoi frutti. Inutile oggi rivendicare il fatto che tutto questo avrebbe dovuto essere realizzato prima,  e  che occorrerebbe un tavolo per pianificare tutti uniti. Difficile ritrovarci tutti insieme, forse non siamo in grado, ma, lasciando uno spazio ad ogni entità associativa o gruppo spontaneo nato per la circostanza, oserei pensare che ci sia più disponibilità al dialogo. Assisto compiaciuta a come, in differenti territori, le scuole di danza, coordinate da un capofila, si stanno motivando, recuperando permessi, manifestando nel rispetto delle regole, assumendosi le proprie responsabilità.

Ammiro anche il lavoro e il coraggio di chi manifesta spontaneamente, scendendo in piazza alla vecchia maniera. Personalmente forse in questo periodo sarei più cauta per rispetto verso il prossimo in termini di salute. Comunque non dobbiamo dimenticare che le rivoluzioni spesso partono da moti rivoluzionari non organizzati, spontanei e senza troppa pianificazione , conto sul senso civico e sul senso di responsabilità di chiunque scenda in piazza.

Molti sono scettici, ma io, invece, continuo a dire che: se non fai non sai e chi non fa, certamente non sbaglia”.

Ognuno di noi dia il suo contributo come può e sa fare. Io cercherò di fotografare questa situazione , dando voce a tutte le realtà che vogliono essere protagoniste o, almeno, a quelle che avranno piacere di raccontarci, renderci partecipi e interfacciarsi con Danzasi.

Una critica che mi sento di fare è nei confronti di coloro che, una volta a capo di un’ associazione , nei momenti di discussione e di contradditorio, rivendicano il loro lavoro a titolo gratuito, motivando che è per il bene della categoria, non entrando loro nulla  in tasca, spendendo tempo e  denaro.
Io, se faccio qualcosa a titolo gratuito, è perché ho attentamente  valutato i benefici, rispetto alle perdite. L’obiettivo è un  risultato comune e personale che porti comunque ad un fine, anche se remoto.  In caso contrario esiste il volontariato. In entrambe le circostanze non sono ammissibili lamentele per la fatica e l’impegno, poiché non esiste alcuna imposizione.

A tutti gli auguri di buon lavoro, nella speranza che la protesta possa portare esiti positivi per poter proseguire un lavoro che porti benefici comuni.
 
Monica Ratti

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