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Matteo Fiorani Da una “Capriola” approda in America

> di Monica Ratti

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Monica Ratti



 





Bello, alto, intrigante, fisico da dio greco, inoltre simpatico, umile, sempre sorridente.

Ma chi sarà mai costui?

Un meraviglioso danzatore che di capriola in capriola è arrivato a New York.

Matteo Fiorani classe 1996; una formazione da ginnasta che approda alla danza dopo un infortunio. Il suo percorso di danzatore ha inizio alla scuola “La Capriola “di Modena e da quei tempi, di capriole ne ha fatte molte.

Tutto ebbe inizio con la partecipazione di Matteo al Concorso Danzasì, nel settembre 2014.  Tra i giurati era presente il coreografo Enzo Celli, che, intuito il talento, lo scritturò immediatamente per una produzione della Compagnia Botega Dance Company, in fase di allestimento: “Giselle”.

Enzo Celli, uno dei coreografi italiani più attivi e stimati in America, (soprattutto nell’ambiente newyorkese), è, da diversi anni, docente alla Peridance Capezio Center di New York.

A lui Fiorani deve molto del suo percorso professionale.

Oggi, infatti, Matteo, virtuoso, appassionato, generoso danzatore, fa parte della Peridance Contemporary Dance Company ed è uno di quei ragazzi che non puoi non amare e non notare all’interno di una compagnia. Le sue doti artistiche da sempre hanno conquistato ed affascinato il pubblico, anche il più esigente.

 Matteo cosa pensi di fare da oggi in poi?

Cosa non farò, credo sia la domanda giusta.

New York ha portato un cambiamento fondamentale nella mia vita e sulle dinamiche delle mie possibilità. Tre anni di stimoli, vari ed eccitanti, sono stati determinanti per me, che provengo da una tranquilla cittadina di provincia. New York è una città in continuo cambiamento, affascinante e coinvolgente, che mi ha spinto subito a cercare di capire in quale direzione proiettarmi. Ho iniziato a studiare la città con occhio attento, notando, ad esempio, che un grattacielo spuntava dal nulla e la sua costruzione terminava in brevissimo tempo.  Guardavo con stupore divertito tutte le installazioni artistiche disseminate ovunque: dai luoghi più rappresentativi a quelli più alternativi o impensati, Tutti gli eventi erano comunque considerati prestigiosi, al di là delle location dove venivano rappresentati. Un flusso costante e continuo di cose che mi hanno “invaso”; input che affollavano la mia mente e i miei pensieri e... finalmente ho capito la direzione che avrei preso  e mai avrei immaginato di perseguire:   diventare un ballerino professionista.

 Ritieni di esserci riuscito?

Il cammino si fa andando.  Una strada, poi un’altra e un’altra ancora. Si torna indietro sui propri passi e si cambia direzione, fino a quando ci si ferma, convinti di aver raggiunto la meta.
Sono soddisfatto dove mi trovo oggi, ma considero questo, solo il punto di partenza. Ogni tragitto compiuto presuppone che da lì si riparta per uno nuovo. In una professione artistica non si raggiunge mai un arrivo definitivo. Ci aspettano sempre nuovi traguardi da indagare.  Pensiamo ai grandi pittori: le loro opere vengono spesso associate a periodi della vita che hanno determinato in loro suggestioni varie e differenti. Io ritengo che un percorso artistico sia decisamente influenzato dal vivere quotidiano.

 

Come consideri la tua esperienza americana?

Strettamente collegata alla mia formazione italiana.  Pur essendo cresciuto in una scuola di provincia, ho avuto la fortuna di avere insegnanti quali Martina Ronchetti, Alessio Vanzini e tutto lo staff della Capriola, con una mentalità proiettata a indicarmi il percorso da intraprendere, mettendomi in contatto con le giuste opportunità. Enzo Celli è stata una di queste. Mi ha offerto un contratto di lavoro, trasformandomi da studente a professionista. Italia e America: contesti differenti, periodi differenti, fanno parte di una stessa fase della mia evoluzione come persona ed individuo.

 

Matteo ballerino e Matteo ginnasta?

Ho sempre temuto il confronto tra “il me ballerino“ e “il me ginnasta “. Da una parte il ripianto e la delusione per aver dovuto abbandonare il Matteo ginnasta non mi concedevano tregua      ( d’altro canto dove sono ora è anche grazie al mio trascorso da ginnasta).
Una brutta frattura aveva prodotto la fine di un cammino e contemporaneamente l’inizio di uno nuovo. In me il richiamo al movimento, nella sua pura espressione e libera scomposizione, aveva suscitato delle sensazioni forti, che hanno di certo condizionato le mie scelte. Devo essere sincero: ho impiegato un po’ di tempo a prenderne totale consapevolezz .

 

Ritieni di dover ringraziare qualcuno per ciò che sei oggi?

Prima di tutto, me stesso.

So che suona arrogante, ma sono io che al termine di una giornata, mi assumo la responsabilità delle mie decisioni.

Poi ci sono i miei genitori, che mi hanno supportato per un lungo periodo, investendo su di me, avviato in un percorso assolutamente privo di certezze. Seguire un figlio in una scelta di vita così singolare, è uno sforzo multiplo. I valori e gli insegnamenti che mi hanno trasmesso, sono il patrimonio più grande per diventare uomo.

Infine tutte le persone che tanti anni fa mi hanno influenzato e guidato nell’ intraprendere un tipo di percorso, contribuendo con la loro amicizia, fiducia ed affetto, al raggiungimento degli obiettivi. Ancora oggi i loro consigli mi sono di aiuto nelle decisioni.

 

 

Quali i coreografi che ami di più?

Ho amato molto il lavoro fatto con Enzo Celli e sono affascinato dalle storie

di alcuni grandi artisti quali Akram Kan, Sidi Larbi Cherkaoui, Damien Jalet, Alexander Ekman, Christal Pyte, Ohad Naharin. Ognuno di loro presenta degli aspetti che io amo, non solo come danzatore, ma anche come spettatore.

 

 

Il tuo sogno nel cassetto?

Emozionare!

Credo che questo sia il vero punto di arrivo di un artista.

Non parlo mai del mio sogno nel cassetto. Spendo diverse ore del mio tempo libero a “giocare “sull’argomento. E’ una cosa molto concreta e reale nella mia testa, ma non ha ancora trovato una vera forma esteriore. Il sogno nel cassetto è ancora fragile. Temo che pensarlo o raccontarlo lo possa infrangere o farlo svanire.

Tuttavia è proprio questo sogno che motiva ogni giorno il mio lavoro quotidiano di danzatore.

 

 

    

Monica Ratti       

 

 

 

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